PREMIO LETTERARIO GIUSEPPE DESSÌ
XXIII EDIZIONE ANNO 2008

I FINALISTI - SEZIONE NARRATIVA

Simona Vinci è nata a Milano nel 1970 e vive a Bologna. Il suo primo romanzo, Dei bambini non si sa niente (Einaudi, «Stile libero», 1997) ha riscosso un grande successo. Caso letterario dell'anno, è stato tradotto in numerosi altri paesi, tra i quali gli Stati Uniti. Sempre per Einaudi sono usciti la raccolta di racconti In tutti i sensi come l'amore («Stile libero», 1999) e i romanzi Come prima delle madri («Supercoralli», 2003 ed «Einaudi Tascabili», 2004), Brother and Sister («Stile libero», 2004), Stanza 411 («Stile libero/Big», 2006) e Strada Provinciale Tre («Stile libero/Big», 2007). Per i lettori più giovani ha pubblicato Corri, Matilda (E.Elle, 1998) e Matildacity (Adnkronos Libri, 1998). Ha scritto il racconto La più piccola cosa pubblicato nell'antologia Le ragazze che dovresti conoscere («Stile libero/Big», 2004).

Strada Provinciale Tre (Einaudi, 2007) Chi non ha sognato, almeno una volta, di piantare tutto e tutti, e sparire? Una donna corre lungo la Strada provinciale Tre, tra i camion e i gas di scarico, in un paesaggio italiano irrimediabilmente mutato e sconvolto. Forse ha scelto di fuggire, o forse deve. Che cosa nasconde, quale peso insostenibile? Ai margini di tutto, dove sembrava non esserci nulla, si compone un mondo di umanità commovente. Una storia di incontri, di misteri e di colpi di scena. Una storia che, infine, parla della nostra stessa esperienza di esseri umani, della possibilità che si ha ancora di darle un senso. E di che cosa significa oggi essere, o credersi, liberi.

Roberto Ferrucci è nato a Venezia nel 1960. Nel 1993 ha pubblicato il romanzo Terra rossa (Transeuropa), ripubblicato nel 1998 dall’editore Fernandel. Nel 1999 è uscito il libro Giocando a pallone sull’acqua (Marsilio). Nel 2003 Amos pubblica Andate e ritorni, scorribande a nordest e nel 2006 partecipa con il racconto Solitudine alla raccolta di racconti curata da Romolo Bugaro e Marco Franzoso. Ha curato per Marsilio il libro Pane e tulipani, sul film omonimo di Silvio Soldini, e ha tradotto tre romanzi di Jean-Philippe Toussaint: La televisione (Einaudi, 2001), Fare l’amore (Nottetempo edizioni, 2003), Mes bureaux, luoghi dove scrivo (Amos Edizioni, 2005), La malinconia di Zidane (Casagrande, 2007).
Per Rai Radio3 ha scritto insieme a Romolo Bugaro Verdesche, radiodramma diretto da Alessandro di Robilant e interpretato da Cochi Ponzoni. Dal 2002 insegna Scrittura Creativa alla Facoltà di Lettere dell’Università di Padova. Scrive su giornali e riviste.

Cosa cambia, (Marsilio, 2007) Cos'è successo a Genova in quei giorni del 2001? Cos'ha lasciato nelle persone che camminavano per quelle strade spianate dal sole di luglio? Questo romanzo è tante cose. È un reportage con l'uso deliberato di un'intima soggettiva. È l'esperienza di un rito di iniziazione collettivo nell'orrore, nella violenza e nello sbigottimento. È un percorso di formazione fuori tempo, vissuto da un protagonista che appartiene a una generazione instabile, quella dei quarantenni. È un romanzo di abbandoni e di sentimenti. È la storia privata del protagonista che torna a Genova anni dopo, entra nella stanza 914 di un anonimo albergo e vi si sistema come nel cuore del suo racconto. In giorni di febbrile passività, si alternano a fargli visita tre fantasmi struggenti, tre figure femminili, Angela, Magdalena, Elisa. Ma questo romanzo è anche un documento di denuncia, freddo, composto, fatto di immagini parlanti, prive di didascalie. Il maggior merito di Cosa cambia - con la sua scrittura nitida, sottile, acuta - è di averci regalato una verità pronunciata a bassa voce là dove tutti gridano, di aver dato vita a una narrazione silenziosa e immobile, come sa esserlo una belva addormentata.

Enrico Brizzi nasce a Bologna nel 1974. Esordisce non ancora ventenne con il suo primo romanzo Jack Frusciante è uscito dal gruppo, tradotto in ventiquattro paesi e divenuto film nel 1996. All'ingombrante esordio, l'autore ha fatto seguire il tenebroso Bastone, che nel 2006 il romanzo ha ispirato l'omonima graphic novel disegnata da Maurizio Manfredi e dedicata ad Andrea Pazienza e Stefano Tamburini. L'onirico Tre ragazzi immaginari completa, nel 1998, un'ideale trilogia della giovinezza. La trilogia è stata riedita nel 2004 sotto forma di cofanetto, insieme al quarto romanzo Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile stile.
Dopo un volume di racconti scritti insieme all'autore noir bolognese Lorenzo Marzaduri, L'altro nome del rock, e un "esperimento di cover elettrica di Joseph Conrad", Razorama, torna alla ribalta nel 2005 con il libro di viaggio Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall'Argentario al Conero. Dal tour di presentazione del romanzo insieme alla band bolognese Frida X è nato un disco, Nessuno lo saprà. Reading per voce e rock'n'roll band.
Brizzi collabora dal gennaio 2007 con "Il Corriere di Bologna". Dopo la pubblicazione del romanzo Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, ha realizzato un omonimo spettacolo in collaborazione con la band genovese Numero 6.

L'inattesa piega degli eventi (Baldini Castaldi Dalai, 2008) L’Italia fascista ha rotto in tempo l’alleanza con Hitler e anzi ne ha contrastato le mire, guadagnandosi nel 1945 un posto al tavolo dei vincitori. Dal conflitto, destinato a entrare nella memoria degli italiani come la Nostra guerra, il Duce esce trionfatore; anche Casa Savoia è eliminata dalla scena politica, e la nuova costituzione «laica e littoria» priva la Chiesa del suo ruolo sociale.
Per il Paese, ora rinominato Repubblica d’Italia, sono stagioni di relativo prestigio internazionale e prosperità economica, ma la vita quotidiana ristagna, avvelenata da decenni di autoritarismo: gli oppositori veri o presunti subiscono la deportazione nelle ex colonie africane, ora dotate di una formale autonomia e promosse al rango di «Repubbliche associate».
Nel 1960, quindici anni dopo l’armistizio, Benito Mussolini è un uomo di settantasette anni ormai prossimo alla fine, e i gerarchi si preparano a dare battaglia per la successione...
In questo scenario si svolge il viaggio in Africa Orientale del trentenne Lorenzo Pellegrini, brillante cronista sportivo che, per un’inopportuna relazione amorosa, viene depennato dalla lista dei giornalisti accreditati per le Olimpiadi di Roma e retrocesso a un incarico inatteso: dovrà seguire le ultime giornate della Serie Africa, la lega che raduna il meglio del calcio eritreo, etiope e somalo sotto l’egida della Federcalcio di Roma.
Quello che doveva essere un esilio diventa l’occasione per conoscere una terra affascinante dove lo sport catalizza tensioni sociali mai sopite.
La rivalità fra squadre «per soli bianchi» e i club interrazziali cari agli antifascisti è lo specchio di una società divisa, pervasa da un vento di riscossa che cambierà Lorenzo e, al suo ritorno in Italia, gli farà vedere con occhi diversi anche la Madrepatria.

I FINALISTI - SEZIONE POESIA

Antonella Anedda (Anedda-Angioy) è nata a Roma e vive tra Roma e la Sardegna. Laureata in storia dell'arte moderna, ha insegnato all'Università di Siena e collabora con l'Università di Lugano e con la cattedra di anglistica di Roma. Ha scritto per varie riviste e giornali come Il Manifesto, Linea d’ombra, Nuovi Argomenti. Ha pubblicato il libro di versi Residenze invernali (Crocetti, Milano 1992, Premio Sinisgalli opera prima, Premio Diego Valeri, Tratti poetry prize); il libro di saggi Cosa sono gli anni (Fazi, 1997); il libro di traduzioni e poesie Nomi distanti (Empiria, Roma 1998, con una nota di Franco Loi). Nel settembre 1999 è uscito il volume di poesie Notti di pace occidentale, per la casa editrice Donzelli di Roma. E’ presente in antologie italiane e straniere. Di prossima pubblicazione per l'editore Donzelli un libro di saggi d'arte contemporanea.

Dal balcone del corpo (Mondadori, 2007) L'io che si esprime in questo nuovo libro di Antonella Anedda è un io che si frantuma in schegge, che appare colmo di immagini e di risposte diverse, o si presenta come la scena di un teatro percorsa da volti e personaggi che si intrecciano nelle misteriose casualità dell'esistenza. Ed è come invaso da un inseguirsi o da un incalzare di voci diverse, di voci complementari o che si contraddicono, e che danno dunque vita a una sorta di apertissimo io plurale, scomposto come nella pittura cubista. Ne viene una poesia in cui domina il senso di complessità del mondo e di ogni singola esistenza, comunque segnata dal motivo ricorrente del dolore, dal "nitore delle colpe", dallo sminuzzarsi dell'amore in mille, minimali tracce mnestiche, ma anche dal persistente, quotidiano coraggio di "uscire dal sonno/dal caldo dei letti per marciare nel mondo". L'autrice pare toccare il suo vertice espressivo e il suo momento di maggiore intensità, caratterizzandosi per una meditazione lirica che si realizza sempre in situazioni, in movimenti narrativi, nel dettaglio di figure immerse in un destino. Una poesia animata da un pensiero sotterraneo e da un'ampiezza di respiro capace di dar corpo e di vedere dal corpo, come da uno spazio comune, un insieme di sfaccettature, di implicazioni interne e di emozioni che invitano il lettore a un cimento sempre rinnovato. Il tutto con strutture formali libere e con un registro linguistico che restituisce alla poesia le cadenze della nostra migliore tradizione.

Giuseppe Langella insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Milano. Numerose le sue pubblicazioni: Il secolo delle riviste. Lo statuto letterario dal "Baretti" a "Primato", Vita e Pensiero, Milano 1982; Da Firenze all'Europa. Studi sul Novecento letterario, Vita e Pensiero, Milano 1989; Italo Svevo, Morano, Napoli 1992; "Torna a fiorir la rosa". Dal Parini al Manzoni, passando per l'Imbonati, negli Atti del convegno su “Le buone dottrine e le buone lettere”, per il bicentenario della morte di Giuseppe Parini (Brescia, 17-19 novembre 1999), Milano 2001; Per un canone letterario del Novecento, in "Nuova Secondaria", XIX (2002); L'uomo del Risorgimento. Sui "Ricordi" di Massimo d'Azeglio, nel vol. collettaneo "In quella parte del libro de la mia memoria. Verità e finzioni dell'"io" autobiografico”, a cura di F. Bruni, Marsilio, Venezia 2003; Quasimodo, o della poesia come epitaffio, in "Rivista di Letteratura Italiana", XXI (2003); La tragedia della natura lapsa. Sul primo "Carmagnola", "Italianistica", (2004).

Il moto perpetuo (Nino Aragno Editore, Torino 2008) Dalla cuna alla tomba la nostra vita è tutta una corsa. Ciascuno insegue, senza saperlo, quel sogno arcano di felicità che si porta dentro da sempre, nascosto nel fondo dell’essere: cerca a tentoni, mosso dalla sua anima inquieta, s’illude, sbaglia, si ritrae sconsolato, si rimette a cercare… La vita, allora, è la giostra del povero che tende la mano a un dono improbabile, al bicchiere d’acqua che gli spenga per sempre la sete. Per quante fonti abbiano alleviato la nostra arsura, si muore col desiderio pressoché intatto, beati se si arriva a comprendere, almeno, che solo nel cuore di Dio l’uomo potrà infine aver pace. Se la morte fosse davvero l’ultimo traguardo, l’«abisso orrido, immenso», dove tutto precipita, avrebbe ragione la scienza, che il moto perpetuo non esiste. Ma la fede promette un «premio / che i desideri avanza», dove il tempo sconfina nell’eterno e il moto in una danza intorno al Centro.

Michele Sovente vive nei Campi Flegrei, a Cappella, dove è nato nel 1948. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha pubblicato quattro libri di poesia: L'uomo al naturale (Vallecchi, 1978), Contropar(ab)ola (ivi, 1981), Per specula aenigmatis (Garzanti, 1990), Cumae (Marsilio, 1998, Premio Viareggio). Da Specula aenigmatis è stato tratto per Radiotre, 1990, il radiodramma In corpore antiquo, regia di Giuseppe Rocca.
Nel 2001 la giuria del Premio Elsa Morante/Comune di Bacoli, presieduta da Dacia Maraini, gli ha assegnato un riconoscimento speciale. Suoi versi e contributi critici sono apparsi tra l'altro su Alfabeta, Poesia, Linea d'ombra, Paragone, Nuovi argomenti, Corriere della Sera. E' presente in varie antologie. Tiene la rubrica settimanale "Controluce” su Il Mattino di Napoli.

Bradisismo, (Garzanti Libri, 2008) Con Bradisismo la poesia di Michele Sovente porta in superficie l’energia tellurica e immaginativa che aveva caratterizzato la sua ricerca linguistico-espressiva da Per specula aenigmatis e da Cumae fino a Carbones. Le tre lingue da lui adoperate – latino, italiano, dialetto di Cappella – si sono via via intrecciate in un denso brulichio di immagini primordiali, frammenti di vita vissuta, figure tra l’onirico e il quotidiano, fino a formare una stratigrafia dove l’universo flegreo è tutt’uno con le tensioni profonde, inquietanti, vitali della realtà contemporanea. Stare in un territorio dominato da un perpetuo moto che lo costringe ad abbassarsi e a sollevarsi equivale per il poeta a fare i conti con gli imprevisti, le incognite, gli improvvisi sussulti e con le violente impennate dell’esistenza, della storia.
Quello che di arcaico e di arcano affiora dalle fenditure del sottosuolo è destinato a nascondersi, creando vuoti e pieni attraverso cui circolano suggestioni, memorie, apparizioni fascinose e al contempo allarmanti. I tre registri verbali in cui s’innerva questo pullulante, composito e complesso universo inventivo e antropologico non cedono minimamente alla tentazione di sorprendere con soluzioni di sofisticata perizia compositiva, facendosi solleticare da uno sperimentalismo fine a sé stesso, bensì affondano le radici in una vitalità creativa, in una inquietudine esplorativa, in una volontà di testimoniare, denunciare, dare corpo e voce a ciò che non si vede, a ciò che è marginale.
Poesia dalle sequenze fittamente concatenate o dai lapidari enunciati, lungo una corrente costantemente alimentata da bagliori, Bradisismo appare come una sonda gettata in profondità, che non si placa e cerca spasmodicamente di collegare il vicino e il lontano, il malessere e il desiderio, la desolazione e l’eros, il monologo e il racconto. Se ancora una volta il latino rimanda a sommerse tracce di vita, riplasmandole con i rigurgiti del presente, e se il dialetto inchioda l’io a un suo tenebroso spazio fisico e psichico, è l’italiano infine a fare da tramite con i bruschi attriti della cronaca quotidiana. Vite e destini, insomma, rimbalzano come le lingue (come, nel caso emblematico di Sovente, le tre lingue) dalla periferia al centro. E viceversa. Scrive il poeta: «Phantasmata saepe lucem abradunt. Spesso spazzano via la luce, i fantasmi. Che ingrassano le lingue. Pecché comm’ ’i vampire zùcano ’u sanghe a tutte cose ’i lléngue» (p. 146).


PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA

Giuseppe Maria Ayala (Caltanissetta, 1945) è un magistrato e politico italiano. Dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita all'Università degli studi di Palermo, ha esercitato la professione di pubblico ministero diventando, tra l'altro, Consigliere di Cassazione. Amico di Giovanni Falcone, ebbe un ruolo di spicco nel pool anti-mafia. Dal 1992, dopo l'omicidio di Falcone e Paolo Borsellino, si è occupato anche di politica diventando deputato nelle file del Partito Repubblicano Italiano. E’ stato deputato e senatore per quattro legislature e sottosegretario alla Giustizia dal 1996 al 2000. E’ rientrato in magistratura nel 2006. Nel 1993 da Mondadori ha pubblicato, con il giornalista Felice Cavallaro, La guerra dei giusti: i giudici, la mafia e la politica e nel 2008, sempre da Mondadori, Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino.
Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino (Mondadori, 2008)
E' bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.
Paolo Borsellino

Nell'estate del 1992 due esplosioni di enorme potenza annientarono la vita di tre magistrati (Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, Paolo Borsellino) e di otto giovani che li scortavano, ribadendo al mondo intero cosa significa opporsi alla mafia siciliana. Fu un trauma terribile per quei milioni di italiani che consideravano Falcone, Borsellino e gli altri giudici del pool antimafia gli eroi di una stagione di straordinario successo nella lotta a Cosa nostra. A Giuseppe Ayala quelle esplosioni strapparono tre amici carissimi, lasciando lo struggente ricordo di dieci anni di vita insieme e un rabbioso, mai sopito rimpianto.
Ayala venne coinvolto nell'attività del pool antimafia sin dall'inizio. Rappresentò in aula la pubblica accusa nel primo maxiprocesso, sostenendo le tesi di Falcone, Borsellino e della procura di Palermo di fronte ai boss e ai loro avvocati, interrogando i primi pentiti (tra cui Tommaso Buscetta) e ottenendo una strepitosa serie di condanne che fecero epoca. E fu sempre al fianco dei due magistrati in prima linea, nell'attività quotidiana come nei viaggi per le rogatorie internazionali, nel condiviso impegno di lavoro come nelle vacanze passate insieme, fino a quando, dopo i primi, grandi successi, la reazione degli ambienti politicomediatici vicini a Cosa nostra, la diffidenza del Consiglio superiore della magistratura e l'indifferenza di molti iniziarono a danneggiarli, a isolarli.
"Qualcuno ha scritto che, dopo più di 15 anni da quel tremendo 1992, "Ayala ha ormai pagato il torto di essere rimasto vivo". Spero abbia ragione." Oggi Ayala ha deciso di raccontare la sua verità su Falcone e Borsellino, ricordandone il fondamentale contributo alla lotta alla mafia e le attualissime riflessioni sulla Sicilia, Cosa nostra, la giustizia e la politica, ma anche la loro travolgente ironia, la gioia di vivere, le passioni civili e private, le vicende quotidiane che nessuno ha mai potuto descrivere con tanta affezionata e intima conoscenza.
La storia di quegli anni, delle vittorie e dei fallimenti, dell'impegno di pochi e delle speranze deluse di molti, riporta al centro dell'attenzione di tutti noi la tremenda capacità di sopravvivenza della Piovra, che si nutre dei silenzi, delle complicità, delle disattenzioni e delle colpe di una Sicilia e di un'Italia che non sono, forse, abbastanza cambiate da allora.

PREMIO IDOLINA LANDOLFI

Rodolfo Sacchettini è nato a Firenze nel 1981. Sta concludendo un dottorato internazionale al Dipartimento di Italianistica dell’Università di Firenze con un progetto sul radiodramma italiano dalle origini all’inizio della televisione. È critico teatrale della rivista «Lo straniero» (mensile diretto da Goffredo Fofi) e ha pubblicato numerosi articoli sulla scena teatrale contemporanea. Conduce una rubrica radiofonica bimensile di attualità teatrale su Rete Toscana Classica. Ha curato insieme ad Ascanio Celestini il volume Storie da legare (Edizione della Meridiana, 2006) e con Anna Dolfi e Nicola Turi, Memorie, autobiografie, diari nella letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento (ETS, 2008). Ha collaborato al bollettino del Centro Studi Landolfiani e ha pubblicato il volume L’oscuro rovescio. Previsione e pre-visione della morte nella narrativa di Tommaso Landolfi (SEF, 2006).


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